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Perplessità sul progetto di Negroponte

Ez3kiel | 25 11 2005

Inserisco qui sotto le riflessioni di Massimo Mantellini riguardo il progetto presentato da Nicholas Negroponte al presidente dell’ONU Kofi Annan circa la distribuzione di un laptop per ogni bambino dei paesi poveri.
Per Mantellini si tratta di un progetto destinato al fallimento, e che fin dall’inizio sta mostrando molte incertezze.

Grande eco ha avuto sulla stampa nei giorni scorsi la presentazione
del laptop da 100 dollari che Nicholas Negroponte ha mostrato in anteprima,
alla presenza del segretario dell’ONU Kofi Annan, durante l’incontro
di Tunisi sulla Società dell’Informazione. Non poteva
essere diversamente: il progetto di un laptop per i paesi poveri, denominato “One laptop per
child (OLPC)” (computer pensati per essere distribuiti ai bambini
in età scolare, dotati di wifi, software open-source e perfino
di una manovella per la carica manuale della batteria) è prima
di tutto una operazione mediatica, confezionata anche ad uso e consumo
dei mezzi di informazione. La convinzione, molto americana, della
informatizzazione del pianeta come strada maestra per il riscatto
dei popoli.


Se anche la scommessa di costruire un computer dai costi molto bassi
dovesse riuscire (nonostante gli sforzi progettuali i costi effettivi
di produzione saranno strettamente legati al numero di macchine che
verranno ordinate) l‘iniziativa “un laptop per ogni bimbo” nasce - mi
spiace dirlo - con ottime possibilità di dimostrarsi un fallimento.
Dietro la volontà autentica della lotta al digital divide e per il
riscatto delle popolazioni del sud del mondo attraverso le tecnologie,
si nasconde una operazione che i commentatori più caustici hanno
bollato come “Media Lab Vaporware”. Il piatto forte che il Media Lab
del MIT ci serve ciclicamente, riscaldato a puntino, da almeno un
decennio: chiacchere ed idee fulminanti con poche o nessuna
applicazione pratica.

Quali sono i punti deboli (alcuni francamente debolissimi) del progetto
di Negroponte? Sono moltissimi, chi volesse trovarne un elenco completo
ed accurato lo può fare leggendo questo splendido
post
di Lee Felsenstein, il padre dei computer portatili, sul
blog del Fonly Institute: provo ad elencarne alcuni.


Il problema fondamentale è un classico problema americano. Sembra che
nessuno fra gli organizzatori del progetto si sia posto una domanda
fondamentale: chi userà questi laptop? Che tipo di esigenze avranno i
bambini ai quali verranno dati in mano? Che tipo di studenti saranno?
Nessuno studio sociologico e sul campo è stato fatto precedere alla
realizzazione delle macchinette verdi. La presunzione è che esse vadano
bene per chiunque a qualsiasi latitudine: che ciò che è buono per il re
debba esserlo anche per la regina. Una tipica annosa questione
culturale americana: si esporta un modello e basta, senza farsi troppe
domande.


Esistono poi irrisolte questioni pedagogiche
che, per una volta, accomunano i bambini e gli adolescenti di tutto il
pianeta, indipendentemente dal reddito e dalla latitudine. Non esiste
alcuna certezza sulla utilità intriseca dell’avvicinare gli adolescenti
ai computer per favorire il loro sviluppo psico-attitudinale. Le teorie
di Seymour Papert che sono alla base di questa iniziativa (non a caso
Papert, che è uno dei padri della intelligenza artificiale, lavora al
MIT e fa parte del progetto) sono a tutt’oggi solo teorie, senza alcuna
validazione scientifica e sono sempre più spesso oggetto di
contestazione e dubbi da parte del mondo educativo, mano a mano che i
computer si diffondono nelle scuole. Come scrive giustamente
Felsenstein: “
In genere i bambini non se ne vanno fuori a giocare con il loro
laptop sotto il braccio
”.


Di problemi tecnici legati all’hardware ed al software ce ne
sono poi quanti ne volete. L’idea tecnologicamente evoluta della
“internet cloud” che dovrebbe coprire le vaste pianure
africane o altre aree non cablate dei paesi in via di sviluppo (per
usare un eufemismo), risolvendo il collegamento del computer alla
rete, è pura fantascienza. In nazioni senza infrastruttura
di rete e spessissimo anche senza elettricità si pensa di distribuire
laptop che galleggiano dentro una rete mesh nella quale ogni singolo
device riceve e trasmette i pacchetti da e verso quelli limitrofi
fino ad una ipotetica dorsale internet. L’ipotesi tecnologica
si commenta da sola; una architettura del genere presume che ci siano
brevi distanze fra moltissimi computer (in genere in Africa i villaggi
distano dalle scuole decine di chilometri) e che questi siano sostanzialmente
sempre accesi perchè la rete sia attiva. Qualcuno dovrebbe
domandare a Negroponte: “Chi girerà la manovella durante
la notte ed il giorno per tenere Internet accesa?”


Esistono poi robuste motivazioni economiche che candidano anch’esse un
simile progetto al fallimento: intanto i paesi interessati dovranno
acquistare i laptop per distribuirli gratuitamente agli studenti
(l’idea molto romantica che i bambini possano portare a casa la sera il
“loro” portatile per fare i compiti e giocarci si scontra
drammaticamente con la probabilissima e rapida trasformazione
dell’apparecchietto in denaro contante da parte delle famiglie, con il
conseguente sviluppo di un mercato parallelo) e se 100 dollari possono
essere una spesa sostenibile in certi paesi del sudamerica (il Brasile
per esempio sembra interessato al progetto) certamente non lo sono per
i paesi poveri dell’Africa subsahariana e per moltissimi altri abitanti
del pianeta. In Etiopia per fare un esempio il reddito medio pro capite
annuale è di circa 130 dollari. Quale ministero della istruzione potrà
mai spenderne 100 in un laptop per un adolescente?


Il vaporware del Media Lab. La distanza fra una maniera di affrontare
i problemi del pianeta con la mentalità piramidale tipica delle
società occidentali per le quali 100 dollari sono una inezia
e, di contro, la necessità ogni giorno più impellente
di ridurre la povertà del mondo, anche attraverso strade alternative
rispetto a quelle conosciute. Le previsioni nel caso in questione
sono persino troppo facili: il progetto OLPC durerà qualche
settimana, il tempo di scomparire dalle prime pagine dei giornali.
Poi per i paesi poveri alla periferia del mondo sarà il caso
di pensare a qualcosa d’altro, magari meno spettacolare e più concreto.

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