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The Hostel

Ez3kiel | 22 03 2006

Un simpatico avviso appare sulle locandine di Hostel, il secondo film diretto da Eli Roth: “Contenuti violenti. Scene truculente. Inquadrature brutali. La vera sfida è guardarlo fino in fondo“. E in effetti hanno ragione, perché dopo una prima parte degna del miglior teenage movie americano, sullo schermo si scatena un tripudio di trapani, forbici, coltelli e motoseghe.

Ma partiamo dall’inizio: due amici americani partono per l’Europa, dove con un loro amico islandese si dirigono in una Amsterdam inzeppata di luoghi comuni per spassarsela con fumo e donnine in quantità. Rimasti delusi dalle ragazze del luogo, seguono il consiglio dato loro da un ragazzo russo di andare verso l’est, in Slovacchia, dove dice che troveranno le ragazze più disponibili d’Europa. Giunti a Bratislava, i tre sembrano finalmente realizzati, ma una notte uno dei tre non rientrerà all’ostello e di lui si perderanno le tracce per sempre. E’ così che i due amici americani si mettono sulle tracce del compagno scomparso, finendo per rimanere ingarbugliati anche loro nella trappola mortale di una misteriosa organizzazione che, attraverso lauti compensi, permette ai propri clienti di torturare come meglio credono un essere umano di una razza a loro scelta…

Il film può essere diviso in due parti ben distinte: quella iniziale, che si rifà alle tipiche teen comedy (American Pie docet), e prepara la trama per la seconda parte, gradualmente introdotta con un crescendo di effetti sonori (che comunque risultano poco invadenti). Ma sarebbe da stupidi fermarsi all’apparenza davanti all’incipit del film: anche in questa parte ci sono molti passaggi narrativi interessanti (il consiglio del ragazzo russo, l’incontro sul treno, la visita nel museo delle torture…) che ci portano man mano verso il nucleo centrale della pellicola, e che culminano con la scena delle torture al secondo ragazzo, in cui lo spettatore si immedesima nel personaggio ed entra nella sua disperata situazione.

Hostel può vantarsi di aver portato sul grande schermo commerciale una violenza che mai si era vista, e che tanto è piaciuta a Tarantino, ma non può di certo essere paragonato ai capolavori del’hardgore orientale come la serie Guinea Pig, o a Ichi The Killer di Takashi Miike (che qui appare in un cameo).

Inoltre si tratta di una idea fondamentalmente diversa di ritrarre la violenza. Nella serie splatter Guinea Pig si esponeva una tortura quasi scientifica, prolungata fino alla morte (Devil’s Experiment) e una distruzione analitica del corpo della cavia cosciente (Flowers Of Flesh And Blood): era quindi una violenza fine a sè stessa.

In Hostel invece troviamo una violenza diversa e posta su due diversi livelli. Prima osserviamo una violenza sadica, quella dei torturatori milionari, che ha origine nella loro mente perversa e che ci fa immedesimare nella parte della preda, dandoci momenti di suspence e sofferenza. Nella parte finale del film invece assistiamo ad una vendetta violenta (altro tema caro a Tarantino) che ribalta le parti, ponendo il cacciatore nella parte della preda e viceversa: anche qui la violenza è cruda ma a differenza di prima è moralmente giustificata, provocando nello spettatore un senso di liberazione.

In conclusione Hostel può essere definito un film interessante, a patto che non ci si fermi all’apparenza e lo si legga attraverso più piani di lettura. Merito di Eli Roth, che ha saputo costruire una storia interessante e che è riuscito a gestirla bene anche con una regia tutto sommato sufficiente, ma soprattutto con un buon uso dei tempi narrativi. Le pecche ci sono, e alcune anche gravi: la tempistica di certe situazioni finali è discutibile (la scena dei bambini su tutte), ma in fondo il film si salva nell’obbrobrioso panorama dell’horror attuale.

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