Il fantasma di Corleone
Ez3kiel | 13 04 2006

Il fantasma di Corleone, diretto da Marco Amenta, è la storia del leader indiscusso della mafia siciliana e della sua latitanza dorata raccontata dai suoi protagonisti: i procuratori Roberto Scarpinato, Antonio Lo Forte, il capo della squadra mobile di Trapani Giuseppe Linares, il colonnello dei Ros Michele Riccio e numerosi collaboratori di giustizia.
La docu-fiction, come si chiama in gergo, si apre con il monito del pentito Nino Calderone (”Andatevene in un altro posto, in un altro continente, in un altro mondo, il più possibile distante dalla Sicilia. Perché qui va a finire sempre allo stesso modo. Va a finire che si muore…“) e si chiude con le rivelazioni di altri due collaboratori di giustizia (cestinate nella versione tv che sarà trasmessa a fine aprile) Nino Giuffrè e Salvatore Cancemi. “Provenzano ci dà queste informazioni - dice Giuffrè - e noi ci mettiamo in cammino per portare avanti il discorso di Forza Italia“. “Riina - racconta Cancemi - mi disse che Berlusconi e Dell’Utri se li era messi nelle mani“.
Il lungometraggio è uscito il 30 marzo scorso e in Rai sarà trasmesso a fine aprile (così hanno voluto i vertici aziendali) monco, però, dei suoi fotogrammi più scomodi. “Al cinema - racconta Simonetta Amenta, produttrice del film e sorella del regista - vedremo la versione completa, ma la Rai che ha partecipato alla produzione per il 10% preferisce tagliare di netto alcune scene“. Quelle, manco a dirlo, che si riferiscono al premier, al suo braccio destro Marcello Dell’Utri e agli atti della procura di Caltanissetta che nel 2002 ha archiviato il processo sui mandanti a volto coperto contro i due big di Forza Italia (in relazione al reato di strage) per “friabilità del quadro indiziario“. Niente di nuovo, insomma.
Fatti già noti alle cronache che però, nonostante il tempo e la pubblicità (poca), innescano ancora un vespaio di polemiche. Il fantasma di Corleone, infatti, è sì un film su Bernardo Provenzano, ma non solo. E’ lo specchio dei labirinti di una burocrazia inceppata, dei meandri di uno stato assente e che per vent’anni non si è mai preoccupato delle sorti del super latitante. Solo dopo Capaci e Via D’Amelio, le autorità hanno tolto dal limbo il fascicolo che lo riguardava. Il boss, comunque, è sempre riuscito a giocare d’anticipo. Come mai i suoi massimi compagni d’armi Luciano Liggio e Totò Riina, sono stati catturati con una puntuale “facilità”, in momenti cioè in cui la mafia era in crisi, ed era strategicamente necessario dare qualcuno in pasto ad uno stato momentaneamente attento alle questioni criminose? Come ha fatto il boss a rinnovare la propria carta d’identità, a gestire la documentazione pensionistica dei propri familiari, a “volare” indisturbato a Marsiglia? Perché - come ha raccontato Giuffrè e confermato Angelo Siino - alla fine degli anni ‘90, Provenzano fu fermato ad un posto di blocco su una stradina in provincia di Enna e gli agenti non riconobbero il viso del vispo vecchietto che avevano d’avanti?






Commenti recenti